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Lettera aperta ad alcuni anarchici italiani

Lettera aperta ad alcuni anarchici italiani

Abbiamo appena finito di leggere la lettera che ci avete indirizzato, a noi come a tutti i compagni francesi. L’abbiamo letta con piacere, ritrovandovi molte considerazioni in cui ci riconosciamo. L’abbiamo letta con attenzione, giacché essa proviene da chi, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la repressione assai prima e più di noi. Ma, a dirla tutta, ci ha lasciato l’amaro in bocca e provocato un certo fastidio.

Ci viene infatti da chiedervi: a chi state parlando? Di cosa state parlando? Siccome la vostra lettera è rivolta ai compagni francesi e formula precise critiche alla deriva “innocentista” che ha preso la mobilitazione in favore degli arrestati di Tarnac, non vorremmo che in Italia si pensasse che “i compagni francesi” sono tutti dediti a raccogliere firme, in compagnia di bolsi intellettuali di sinistra, da consegnare alle autorità competenti come attestato di buona condotta.

Se è vero che alcuni compagni hanno deciso di trasformare quella che, a nostro e vostro avviso, dovrebbe essere una lotta contro la repressione in una lotta in difesa di alcuni repressi, è altresì vero che si tratta di una loro scelta che non è affatto condivisa dall’intero movimento francese.

Sfortunatamente la repressione in Francia non è iniziata lo scorso 11 novembre, avendo già colpito in precedenza altri compagni. Fortunatamente i sabotaggi sono proseguiti anche dopo quella data, inarrestabili. Tarnac non è il centro della Francia, né per lo Stato né tanto meno per l’insurrezione. È solo un episodio, che rischia di assumere connotati sempre più patetici. Come giustamente fate osservare, sono le “cattive intenzioni” il vero obiettivo della repressione, la quale, non riuscendo a prevenire gli attacchi, cerca di fermare il diffondersi di discorsi che rivendicano pubblicamente la necessità e la possibilità di una insurrezione (discorsi che alimentano e sono alimentati dall’azione, in un continuo gioco di vasi comunicanti).

Ciò che è grave, con gli arresti di Tarnac, non è tanto il comportamento dello Stato che, per le ragioni da voi chiaramente espresse, colpisce le nostre fila. In fondo, giudici e poliziotti non fanno che il loro sporco mestiere. Ciò che è grave è che, a fronte di ciò, si rinneghino pubblicamente quelle “cattive intenzioni” e quei discorsi, che li si banalizzi facendoli passare per la semplice “passione storica” di un “droghiere”. Oppure che si accetti fino in fondo di ricoprire il ruolo di “bravi ragazzi” (dall’illustre blasone e con adeguate referenze, nonché disponibili al dialogo con giornalisti e politici, quindi fuori posto in una cella) da non confondere con le “cattive canaglie” (senza santi in paradiso, muti di fronte ai loro nemici, quindi meritevoli di marcire in galera). Questo, siatene certi, è per noi molto più doloroso della momentanea separazione fisica da alcuni compagni.

Essendo molti gli anarchici italiani noti per la loro intransigenza, ci ha stupito e anche un po’ colpito la premura e la cautela con cui ci rivolgete le vostre osservazioni (le Alpi sono davvero così alte, se vi limitate a biasimare in Francia ciò che disprezzereste in Italia?). Arrivate perfino a metterci benevolmente in guardia contro gli “errori”. Quali errori? Siamo desolati, ma temiamo che stiate fraintendendo: non è stato commesso nessun errore nella mobilitazione in favore degli arrestati di Tarnac. Si è trattata di una precisa scelta di campo.

Da questo punto di vista, il vostro invito a “saper leggere” la repressione accompagnato dalla citazione di Victor Serge è un autentico lapsus. È proprio perché hanno letto bene Victor Serge (quello che, imputato nel processo contro gli illegalisti noti come Banda Bonnot, si difendeva definendosi un intellettuale che nulla aveva a che spartire con volgari criminali) che alcuni compagni francesi hanno imboccato la strada della difesa ad personam. Non fanno che mettere in pratica la diffusa idea secondo cui bisogna organizzarsi a partire dalla situazione, che in ogni situazione si possono fare alleanze, che nella guerra contro lo Stato non bisogna avere scrupoli morali o impacci etici, ma solo strategie da applicare. Buono è ciò che fa uscire i compagni dalla galera, cattivo è ciò che li fa rimanere. Punto e basta.

Là dove l’etica coinvolge la totalità dell’esistenza umana, la politica agisce su alcuni suoi singoli frammenti. Per questo l’opportunismo ne è una costante, perché interviene a seconda delle circostanze. Quando queste sono favorevoli, si può ben essere coerenti. Ma quando sono sfavorevoli… Ecco perché esso si manifesta soprattutto nelle situazioni di crisi o di urgenza.

Il compagno che si incontra con un funzionario di Stato (ad esempio un ex ministro) spinto dall’emergenza di un procedimento giudiziario (bisogna uscire dal carcere) non è tanto diverso dal compagno che si incontra con un funzionario di Stato (ad esempio un sindaco) spinto dall’urgenza di una lotta sociale (bisogna fermare una nocività), ed entrambi sono eredi del compagno che diventa funzionario di Stato (ad esempio ministro della giustizia) spinto dall’emergenza della guerra (bisogna fare la rivoluzione). In tutti e tre i casi si fa il contrario di quel che si dice, avvalendosi di buone ragioni (e quanto pratiche! quanto concrete!) e delle migliori intenzioni. L’emergenza spezza il normale svolgimento degli avvenimenti, travolge ogni punto di riferimento, sospende l’etica e spalanca la via ai contorsionismi della politica.

Tutto ciò è ovvio, è quasi banale, ma solo per chi pensa che idee e valori non siano parte integrante dell’essere umano, ma gli siano esterni, come puri strumenti da usare a seconda dell’occasione. Se invece si ritiene che le circostanze cui pone di fronte la realtà possono anche essere diverse e contraddittorie, ma unici sono i propri pensieri, i propri sogni, i propri desideri, allora è difficile negare che è giustamente nei momenti di crisi o di urgenza che bisogna cercare di rimanere se stessi. Una partita sempre aperta, piena d’imprevisti ed ostacoli, in cui è purtroppo facile inciampare e cadere. E allora, che si fa? Ci si rialza, cercando di imparare dai passi falsi, o si inizia a strisciare vantandosi della propria abilità tattica?

Dopo tutto, l’insurrezione è in sé una situazione eccezionale. Non ha senso atteggiarsi a cavalieri dell’Idea fuori dai momenti di rottura, per poi scoprirsi all’improvviso piazzisti della Convenienza non appena questi si verificano. Sarebbe come proclamarsi ai ferri corti con l’esistente per poi sfoderare un uncinetto con cui ricamare rapporti con i suoi sostenitori e i suoi falsi critici. Insomma, o si pensa che fini e mezzi siano un tutt’uno (interpretazione etica della lotta), oppure si pensa che fini e mezzi siano separati tra loro (interpretazione politica della lotta). Le vie di mezzo, come quelle che propongono dei mezzi senza fini, lasciamole alle fumisterie filosofiche.

Ciascuno è ovviamente libero di scegliere la maniera che più preferisce per cavarsi dai guai (senza pretendere per questo un rispetto dovuto, né un’amicizia immutata). Ciò detto, pensiamo sia quanto mai necessario arginare questo opportunismo politico dichiarato — presente in Francia, ma siamo certi anche in Italia e nel resto del mondo. Esso sarà magari in grado di spalancare più velocemente le porte delle prigioni o di calamitare l’attenzione di tante brave persone, ma ci restituirà solo l’ombra dei compagni che abbiamo potuto apprezzare. Contro questo opportunismo, è meglio la furia iconoclasta di un Renzo Novatore degli astuti consigli dell’anarchico individualista ravveduto Victor Serge.

Creature della palude
Marzo 2009

Lettera aperta ai compagni francesi

A proposito degli arresti di Tarnac e dintorni

Sappiamo quanto sia doloroso essere separati dai propri compagni, e non abbiamo ricette né lezioni da impartire sul modo per farli uscire al più presto dal carcere (farli uscire tutti, a prescindere da qualsiasi distinzione tra “innocenti” e “colpevoli”). Le brevi note che seguono raccolgono alcune riflessioni nate a partire da varie esperienze repressive vissute in Italia, nella speranza che possano essere utili ai compagni francesi.

Gli arresti di Tarnac rappresentano un fatto grave non solo in quanto attacco rivolto a tutti coloro che già si battono, nella critica e nella pratica, contro lo Stato e il capitale, ma anche nel loro intento intimidatorio nei confronti di tutti i potenziali complici di una guerra sociale più diffusa.
La repressione, infatti, mira a colpire, più che i singoli atti, le "cattive intenzioni", svolgendo così un fondamentale ruolo pedagogico vòlto a depotenziare l'attitudine alla rivolta di tutti e di ciascuno. L'invenzione di "cellule terroristiche" o di "mouvances” di una qualche identità serve a isolare ogni ipotesi insurrezionale da tutte le pratiche di conflittualità esistenti, separando contemporaneamente ogni rivoltoso da se stesso e dalla proprie potenzialità.
La pedagogia della repressione è sempre una pedagogia della paura.

Il tentativo di trasformare scontri di piazza, azioni anonime di sabotaggio, scritti teorici, rapporti di solidarietà in un’“associazione terroristica” con tanto di cellule, capi e gregari è, purtroppo, un film già visto numerose volte in Italia. Il problema dello Stato è evidente: per cercare di liquidare determinate pratiche sovversive e i “movimenti” che le sostengono apertamente, non bastano accuse di reati specifici. Si tratta allora di inventare “reati associativi” per potere distribuire anni e anni di carcere senza quell’arcaica formalità che si chiamava prova. Molti di noi hanno in tal modo subìto processi, anni di detenzione preventiva e talvolta anche qualche pesante condanna. Pur non riuscendo spesso a sostenere fino in fondo le proprie inchieste, lo Stato si pone allo stesso tempo alcuni obiettivi paralleli: spezzare rapporti, interrompere il filo dell’attività sovversiva, testare la capacità di risposta dei compagni, ecc.

In Francia, azioni di sabotaggio e scontri con la polizia non datano certo dall’altro ieri. Ciò che ha spaventato lo Stato negli ultimi anni, a nostro avviso, è stato l’emergere di una possibile complicità – nelle parole e nei fatti – tra differenti forme di rivolta sociale, nonché l'affinarsi e il diffondersi di discorsi che rivendicano pubblicamente le pratiche di un’insurrezione possibile. Beninteso: lo Stato non teme tanto il discorso rivoluzionario, finché si limita a gioire della propria astratta libertà di parola, né in fin dei conti il singolo attacco: ciò che teme è l'imprevedibilità dell'attacco diffuso e il rafforzamento reciproco delle parole e dei gesti. Ciò che è stato per tanto tempo una posizione di ben pochi individui, comincia ad assomigliare ad una “palude” (per riprendere l’efficace espressioni usata, una dozzina di anni fa, dal nucleo “antiterrorismo” dei carabinieri italiani), difficilmente identificabile e governabile. Lo Stato vuole prosciugare quella palude perché ne escano capi, “organizzazioni”, pretesi “movimenti” con tanto di sigla, portavoce, ecc.

Se è sempre valido il consiglio che Victor Serge dava ai rivoluzionari in ostaggio del nemico – “negate tutto, anche l’evidenza” –, è necessario saper leggere la repressione al fine di rilanciare e rafforzare la nostra prospettiva. Sappiamo tutti che il nemico storico di ogni lotta insurrezionale è sempre stata la sinistra (e la sua sinistra): partiti e sindacati, recuperatori, mediatori, intellettuali consiglieri dei moderni Principi, alleati scaltri della repressione, abili nel dividere in “buoni” e “cattivi”. In particolari circostanze, costoro possono persino arrivare a difendere di fronte ad una “Giustizia ingiusta” quegli stessi compagni che li hanno sempre attaccati. Permettere che queste carogne riacquistino una qualche forza a partire dai nostri arresti è un errore non privo di conseguenze.
Che ad opporsi alle porcherie dell’“antiterrorismo” non siano solo i compagni, ma un ambito più allargato, ha degli aspetti positivi (ed è indice della constatazione spaventata che il terrore di Stato ci schiaccia ogni giorno di più). Ma la nostra prospettiva avanza solo nella chiarezza con gli altri sfruttati e ribelli, vale a dire nella ferma inimicizia verso la sinistra e i suoi mass media. Per dirla diversamente, anche il modo di reagire alla repressione fa parte di quella guerra sociale che non ammette tregue. Non assumendo e difendendo determinate posizioni, si cede terreno al nemico. La solidarietà democratica e lo spazio sui quotidiani non si danno mai gratis: oggi, servono alla sinistra non solo per riabilitarsi agli occhi di tutti coloro che sono ai ferri corti con l'esistente (“Vedete? in fin dei conti siamo d'accordo...”), ma anche per neutralizzare ogni posizione di rottura radicale col presente (si possono anche perdonare certi eccessi giovanili...).

La risposta che molti compagni hanno dato in Italia, di fronte ad inchieste simili (o ancora più pesanti), è stata molto semplice: “Noi non sappiamo chi ha fatto le cose di cui ci accusate, signori; ciò che sappiamo è che le difendiamo apertamente, e che le vostre inchieste non spegneranno i fuochi di quella rivolta sociale che non ha aspettato i nostri testi per divampare”. Una simile risposta – unita alle pratiche che ne conseguono – ci ha permesso di uscire dal carcere riprendendo il filo della nostra attività. Una simile risposta non troverà certo alleati tra i mass media e gli intellettuali democratici – soprattutto, non gli permetterà di parlare a nome nostro.
Alcune parole chiare trovano sempre delle orecchie pronte ad ascoltarle. Prigioniere, le parole forzano talvolta le catene, emergendo dalle parti più misteriose e comuni dell’esperienza e del cuore.
La forza che deriva dall'inserirsi nel loro gioco e nel loro discorso, con la pretesa di sfruttarlo o di détournarlo ai propri fini, è illusoria. Con il nostro nemico non abbiamo in comune nemmeno il senso delle parole – né di felicità, né di tempo, né di possibilità, né di fallimento o di riuscita.

Ci sono posizioni di rottura che si sono rivelate utili anche sul piano giudiziario, così come ci sono compagni che hanno rimediato un anno di carcere per qualche scritta sul muro: non esiste in questo ambito alcuna scienza esatta. La tensione verso la coerenza tra mezzi e fini pone il problema dell’efficacia in altri termini, cioè rispetto alla vita per cui ci battiamo. “Se sono innocenti – diceva Renzo Novatore – hanno la nostra solidarietà, se sono colpevoli ce l’hanno ancora di più”. I compagni solidali hanno trovato spesso in queste parole il terreno più favorevole per agire, per continuare là dove alcuni sono stati provvisoriamente fermati, e per scoprire nuovi complici…

Una certezza ce l’abbiamo: l’insurrezione che viene non legge Libé.

alcuni anarchici italiani
febbraio 2009

Nessun armistizio per l'11 novembre

[Traduzione del testo apparso su "Cette Semaine" n. 97, dicembre 2008]

«Non bisogna dimenticare che una questione di vita o di morte si pone per essi: se non fermassero le macchine andrebbero incontro alla sconfitta, allo scacco delle loro speranze; sabotandole hanno delle grandi possibilità di successo, ma, per contro, incorrono nella riprovazione borghese e sono oppressi da epiteti oltraggiosi. Dati gli interessi in gioco è comprensibile che essi affrontino questo anatema a cuor leggero e che il timore di essere vituperati dai capitalisti e dai loro servi non li faccia rinunciare alle probabilità di vittoria che riserva una ingegnosa ed audace iniziativa».
Emile Pouget, Sabotaggio, 1911

Tutti o quasi conoscono ormai la vicenda. L'8 novembre [2008] alcuni ganci di metallo ben piazzati sradicano i cavi elettrici della ferrovia in quattro punti diversi, provocando un casino sulla rete e fermando 160 TGV. L'11 novembre, in diverse città, un blitz della polizia altamente mediatico arresta dieci presunti colpevoli. Al termine di 96 ore di interrogatorio, nove saranno incriminati per «associazione di malfattori con finalità di terrorismo» e cinque incarcerati, tre dei quali sulla base di un «concorso in danneggiamento». A partire dal 2 dicembre, solo due resteranno in prigione, fra cui colui che è accusato di essere il "capo" della suddetta «associazione».
La presenza dei giornalisti la mattina stessa delle perquisizioni, poi il fango e le calunnie indirizzati contro gli "anarco-autonomi" nei giorni seguenti dai mass-media, dimostrano ancora una volta come costoro siano parte integrante del dispositivo anti-"terrorista". Avidi di spettacolarità, giocando sulla personalizzazione e rovistando nella spazzatura, efficienti amplificatori dell'operazione condotta dal ministro degli Interni, l'esperienza delle lotte passate non è certo stata smentita: questi avvoltoi sono nemici al servizio del potere. Pur essendoci ancora qualche ingenuo o imbecille che pensa che i media possano avere qualche influenza su una "opinione pubblica" per definizione immaginaria e quindi plasmabile a piacere, non ci si finisce di stupire per il ragionamento contorto secondo cui è solo collaborando con il nemico che lo si può colpire.
Nella fase attuale della menzogna istituzionale, stiamo assistendo alla progressiva costruzione della figura dei "buoni" e dei "cattivi" terroristi. Gli uni, droghieri servizievoli, adepti di comunità campagnole e bravi studenti, fanno da contro-altare agli altri, tutti gli altri, quelli che non hanno il profilo adeguato o che, più in generale, rifiutano di mostrare le carte in regola quando il potere intima loro di farlo. Lontani dal significativo riciclaggio a suon di politici eletti, di interviste e di chiacchiere sull'esistenza o meno di "prove", diversi compagni marciscono in prigione ormai da molti mesi, accusati anch'essi di appartenere all' "area anarco-autonoma" e (in base alle tracce del DNA) dell'incendio di un veicolo della polizia. Altri, alcuni clandestini, sono stati incarcerati perché accusati dell'incendio del centro di detenzione per immigrati di Vincennes, sulla base di alcuni video. Altri ancora, da Villiers-le-Bel a quegli "innocenti" colpevoli di tentare di sopravvivere al di fuori del lavoro salariato, sono colpiti quotidianamente dall'accusa di «associazione di malfattori».
A priori, gli uni non si contrappongono agli altri.
A meno di fare proprie le categorie del potere, il solo a qualificare ciò che è "terrorista" e ciò che non lo è; a meno di confermare la distinzione fra prigionieri "politici" e "sociali"; a meno di dimenticare volontariamente — a partire dal nome dato alla maggior parte dei comitati di sostegno («ai 9 di Tarnac») — che altri sono caduti prima e altri ancora forse seguiranno; a meno di essere pronti a sacrificare, nel nome della "innocenza" degli uni (benché il "fascio di prove" e "l'intima convinzione" del magistrato siano concetti giudiziari, ci piaccia o no), tutti i "colpevoli" che quotidianamente vengono beccati.
A meno inoltre di trarre qualche vantaggio aiutando il potere a tracciare di fatto una linea fra i "buoni" e i "cattivi": fra quelli che si recano di buon grado alla sede di un giornale per raccontarvi la loro vita e talvolta quella degli altri e quelli che tacciono di fronte ai microfoni, fra quelli che fanno comunella con gli intellettuali di professione stipendiati dallo Stato e quelli che intendono spezzare ogni specializzazione, fra quelli che nelle riunioni scambiano le loro opinioni con dei politici eletti e quelli che attaccano le sedi dei partiti; per farla breve, fra quelli che dialogano con il potere e quelli che sono definitivamente irrecuperabili, pazzi che si ostinano ad attaccare il potere invece di riprodurlo (con le sue categorie, i suoi ruoli e le sue gerarchie) — una riproduzione che finisce per forza di cose col rafforzarlo.

Ma torniamo ai fatti. Essere contro la democrazia in favore di una libera auto-organizzazione fra individui e contro ogni sistema rappresentativo, significa forse essere "terroristi"? Difendere il sabotaggio allo stesso titolo di altri strumenti di lotta, senza gerarchia alcuna, significa essere "terroristi"? Battersi senza mediazioni per la distruzione totale dello Stato e del Capitale, insomma essere anarchici un po' più conseguenti, significa essere "terroristi"? Avere cattive intenzioni, sostenerle e scriverle, significa essere "terroristi"? Trovare nel corso delle lotte complici con cui riscoprire affinità costituisce di per sé una "associazione di malfattori"? In tal caso sì, tre volte sì, rivendichiamo a voce alta la nostra passione per la libertà, con tutte le conseguenze che implica. La stessa passione che anima tanti sconosciuti che, lontani dalle sirene mediatiche, lottano quotidianamente contro il dominio.

In questo mondo basato sullo sfruttamento, la devastazione dell'ambiente, la guerra e la miseria, non è certo considerato criminale restare inerti nell'attesa che tutto crolli o, in modo ancor più cinico, fare la conta dei punti sperando di cavarsela ognuno per sé, atomizzati nella propria piccola gabbia. Giacché la democrazia, questo modo di gestione più o meno autoritaria del capitalismo, non è il meno peggiore dei sistemi. Fino ad ora la democrazia ha dato soprattutto prova del proprio fallimento: il mondo che domina resta un mondo di sottomissione e di privazione. È un sistema che dà l'illusione di poter partecipare alla gestione del disastro, cioè del proprio annientamento, fomentando e mascherando la divisione della società in classi, le cui contraddizioni verrebbero assorbite dalla concertazione permanente.

Allo stesso modo, lo Stato non è quello strumento neutro che regola i difetti del mercato. È uno dei suoi alleati, come dimostra ancora una volta in questi tempi di "crisi finanziaria" l'iniezione massiccia di denaro per salvare banche e imprese, mentre le condizioni di sfruttamento si inaspriscono e arrivare a fine mese diventa sempre più difficile. Sì, noi vogliamo abbattere lo Stato e non conquistarlo, perché proprio come le sue prigioni, i suoi sbirri e i suoi tribunali che ne sono il riflesso, è uno dei pilastri di questo mondo mortifero.

Quanto al capitalismo, se è prima di tutto un rapporto sociale senza cuore né centro, spetta a ciascuno combatterlo in ognuno dei suoi aspetti quotidiani. Nell'economia detta "globalizzata", basata su una circolazione permanente, i flussi di merci (umane e non) hanno acquisito una importanza fondamentale. È quindi del tutto naturale che il blocco abbia fatto la sua ricomparsa un po' dappertutto in seno alle lotte di questi ultimi anni, se non per sferrare dei duri colpi, almeno per porre le basi necessarie alla costruzione di un rapporto di forza (dal CPE agli scioperi dei ferrovieri passando per i guardiani delle chiuse del febbraio 2008 in Francia, ma anche nelle ferrovie in Germania nel 2007 o nella Val Susa in Italia nel 2005).

Questa critica anti-capitalista basata sull'azione diretta e giudicata inutile, superata o criminale dagli intellettuali servili, tanti sfruttati l'hanno sperimentata nello loro lotte perché sperimentano il capitalismo direttamente sulla propria pelle. Il blocco dei TGV (attraverso il danneggiamento delle linee catenarie o l'incendio dei cavi come nel novembre 2007) — questa macchina devastatrice destinata ad accelerare ancor più la circolazione dei flussi di merci — non è accaduto a caso, ma è anche il frutto dell'esperienza comune delle recenti lotte sociali. Senza contare che il sabotaggio resta una pratica diffusa che trova la sua ragione d'essere da sempre nel cuore stesso dello sfruttamento, sia che avvenga per rubare tempo al padrone o per causare danni a ciò che opprime ogni giorno di più.

Quel che teme il potere non sono le sagge manifestazioni inquadrate dai sindacati durante le grandi giornate di inazione, ma la propagazione di atti diffusi e anonimi che si inscrivono nella guerra sociale permanente, oltre ogni separazione. Allora, nel momento stesso in cui la pressione aumenta ovunque contro i dissidenti della democrazia mercantile, rinnegare il proprio passato, le proprie idee o semplicemente il proprio antagonismo sembra essere l'ultima àncora di salvezza proposta dal potere. Rifiutare questo ricatto permanente diventa quindi, al di là della preoccupazione di non nuocere a nessuno, anche una questione di integrità, una delle poche cose che lo Stato non può sottrarci.

Chiunque siano gli autori dei sabotaggi dello scorso novembre, noi affermiamo quindi la nostra solidarietà con l'atto che hanno commesso. Allo stesso modo, di fronte alla repressione che pretende di aver smantellato una "cellula invisibile", non ci sta a cuore un mero sostegno, per forza di cose esterno e relativo a ciò che essi sono o si presume siano, bensì una solidarietà contro lo Stato e tutti i suoi scagnozzi. Una solidarietà che, come la rivolta, non può essere esclusiva ma si rivolge a tutti coloro che lottano sul cammino verso la libertà. Se gli innocenti meritano la nostra solidarietà, i colpevoli la meritano ancor di più!

Anarchici malgrado tutto

Sulla cattiva strada

Dal gennaio 2008 il governo francese ha dichiarato guerra ai cosiddetti “anarco-autonomi”, ovvero una non meglio chiarita – fin dal nome attribuito – “associazione di malfattori” dedita al compimento di azioni “terroristiche”. Dall’inizio dell’ondata repressiva fino all’estate diversi compagni sono stati tratti in arresto ed accusati di svariati reati: dalla “detenzione e porto di materiale esplodente” al “tentato incendio” di un mezzo della polizia del Commissariato di una circoscrizione popolare di Parigi, dalle manifestazioni contro i Centri di Detenzione per stranieri al possesso di una mappa originale di un carcere minorile in costruzione. Allo stato attuale due compagni – Juan e Damien – sono ancora in carcere, altri tre – Ivan, Farid e Isa – sono sottoposti a controllo giudiziario e un altro, Bruno, è latitante, essendosi sottratto allo stesso tipo di controllo.

L’otto novembre scorso viene attuato un sabotaggio sulle linee ferroviarie ad alta velocità: il trancio di alcuni cavi blocca 160 treni e crea un notevole caos su tutta la rete francese. Tre giorni dopo scatta una vasta operazione tesa ad arrestare i presunti colpevoli, sempre facenti parte – a detta del Ministero dell’Interno francese – della “associazione” di “anarco-autonomi”. Vengono fermati in dieci, di cui nove saranno formalmente incriminati e cinque di loro – compreso il presunto “capo” – finiranno in prigione. Avrà inizio da quel momento una squallida differenziazione tra buoni e cattivi, tra innocenti e colpevoli, tra meritevoli di solidarietà e non.

Mentre i primi arrestati si rifiutano di parlare, lasciare le impronte digitali e farsi prelevare il DNA, gli arrestati di novembre, i cosiddetti “nove di Tarnac” – a cui esclusivamente è rivolto il sostegno di gran parte dei comitati sorti nel frattempo – si autorappresentano, o accettano che ciò avvenga, come dei bravi ragazzi tutti zappa e pensiero, filosofi, gente di cultura, contadini e commercianti che avevano riaperto la drogheria del paese in cui avevano scelto di andare a vivere in modo comunitario – Tarnac appunto. A prenderne apertamente le difese non sono solo gli abitanti del paese, gli amici e i parenti, ma anche illustri rappresentanti del mondo accademico ed esponenti della cultura istituzionale, francesi e non solo; anche chi non volesse catalogare costoro come nemici dovrebbe quantomeno riflettere sul ruolo, di puntello del dominio, che occupano nella società e comprendere che sono al soldo di quel nemico che si pretende combattere: lo Stato.

Come se non bastasse, gran parte dei “nove di Tarnac” fanno passerella sui media, rilasciano interviste, parlano di sé con politicanti; la strada che loro hanno scelto di percorrere nella critica all’esistente è una buona strada. Non abbiamo motivo di dubitarne. Per contro, naturalmente, appare chiaro, anche agli occhi della repressione, che siano gli altri a percorrere una cattiva strada. È soprattutto a questi “altri” che esprimiamo la nostra più sentita vicinanza e rivolgiamo tutta la nostra solidarietà. A questi ribelli che non possiamo non sentire come compagni, perché su quella cattiva strada ci siamo anche noi, ed anche se percorrendola non ci è ancora mai capitato di incontrarci, sappiamo di andare nella stessa direzione. Come pure verso la stessa meta.
Anarchici salentini

VENERDÌ 27 FEBBRAIO, ORE 21
Cena sociale benefit per i compagni sotto attacco della repressione in Francia.
SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE CON CHI LOTTA!

CIRCOLO ANARCHICO - VIA MASSAGLIA, 62/B - LECCE