Edizoni Anarchismo - Novità

La bestia inafferrabile
Alfredo M. Bonanno

euro 4,00

A braccarlo a lungo, l’animale diventa feroce. Si accorge di quanto le pretese convivenze civili siano ridicole fattezze del feticcio statale, e di come al di sotto resti intatta l’antica sostanza repressiva del dominio, quella dell’assolutismo indiscutibile perché certo della propria forza. La bestia ne aveva avuto sentore, anche quando la si accarezzava nel senso del pelo, quando le si rivolgevano parole fraterne di conforto e tolleranza, perché non sentisse fino in fondo gli aculei del collare o i denti del morso con cui si frenava la sua esuberanza bonaria e vogliosa. La catena era stata allungata fino ai margini del campo e, in tempi recenti, perfino colorata. Così, i suoi occhi di belva mansueta avevano potuto vedere, come in sogno, quel che restava del paesaggio lontano, mai raggiunto perché irraggiungibile, sempre desiderato. E allora, come per gioco, aveva cominciato a mostrare i denti al padrone, a fargli qualche versaccio maleducato, qualche ululato di troppo. Non è che il padrone non ha più fiducia nella catena, sia pure allungata, è che non gli va che la cosa si venga a sapere, che altre bestie incatenate si permettano di digrignare i denti, di fare versacci o ululare guardando con occhio voglioso il lontano paesaggio di libertà che mai avrebbero dovuto guardare.

www.edizionianarchismo.net

E' uscito il numero 3 della rivista "SenzaTitolo"

N. 3, primavera 2009
Rivista trimestrale

pagine 80
euro 4,00

È come se a un film fosse improvvisamente abbassato il sonoro e tutta la pellicola
rallentata. Il brusio di fondo, che avvertiamo ritorto nelle orecchie, è una ridondanza della voce del potere che si riorganizza. E che importa ciò se l’iniziativa resta sempre nelle mie mani? Tutto ha un costo, strisce di pelle vanno via, asportate dagli impietosi fendenti della repressione. Più il clima generale si fa miserabile e viscido, più aumentano i vermi terrestri che strisciano nella mota sperando in un riconoscimento sia pure minimo da parte del potere, e più il ruolo di chi non si piega, di chi non accetta, di chi reagisce e attacca, diventa visibile, si staglia nel buio della notte e richiama l’attenzione dei cani rabbiosi che hanno ricevuto da poco, insieme all’osso d’ordinanza, l’ordine di azzannare. Non ci capiscono, non ci ascoltano, vocette impudiche ci soffiano all’orecchio, dicendoci di tenere i piedi per terra, di non sognare fantastiche apocalissi improbabili e fuori del tempo, per carità, lontano da noi questi cacasenno da segreterie comunali. Sappiamo bene che non ci ascoltano e non ci capiscono, e allora?
Sputiamo in faccia al potere la nostra rabbia – e non solo quella – e andiamo avanti, nessuno lavora al posto nostro, nessuno tutela le nostre idee, a nessuno stanno a cuore i nostri sogni, solo a noi, e non vi sembra sufficiente? Avete forse bisogno di un mallevadore che vi alzi il morale, qualche estratto chimico o il succo del nettare degli dèi, avete bisogno di una piccola spinta per alzare lo sguardo al cielo della rivolta? Se ne avete bisogno siete di già fottuti anche se continuate a stringere in mano il manuale del piccolo guerrigliero.
Non vogliamoci bene.

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NO SECURITY EXPO 2009, GALATINA (LE)

Dal 26 al 29 marzo 2009 si terrà presso il quartiere fieristico di Galatina (Lecce), “Security Expo” – Esposizione Euromediterranea per la Sicurezza Pubblica e la Difesa”. Un evento di portata nazionale che si svolge per il terzo anno consecutivo con il patrocinio dei Ministeri dell’Interno, della Difesa, dell’Istruzione e della Giustizia oltre a tutte le amministrazioni locali e altre istituzioni. Una fiera sulla guerra e sulla sicurezza, che tende alla promozione di tutte le forze armate e di polizia e all’incontro delle aziende che operano nel settore militare e del controllo, con i loro potenziali clienti. Come ogni anno poi, essa tenta di coinvolgere anche le scuole proponendo un concorso dal titolo “Security Expo 2009: School for Peace” al quale si può partecipare realizzando un elaborato sul tema: “Il ruolo delle forze armate nella tutela dei diritti umani”.

Non vi è dubbio che la menzogna quotidiana che accompagna il nostro tempo è la colonna portante anche del “Security Expo”, il quale propaganda militarismo e controllo spacciandoli per pace e maggiore sicurezza per i cittadini. È sempre più chiaro invece, che il delirio poliziesco degli Stati moderni determina la costante perdita di libertà da parte di chiunque, insieme ad uno svuotamento di coscienza che porta a non riconoscersi più tra sfruttati.
È evidente che tanti aspetti culturali e sociali della vita odierna, non sono più frazionabili perché parte della stessa logica di guerra che il Capitalismo, sostenuto dal gendarme Stato, vuole imporre. La crisi, la mancanza di lavoro e di una casa, il razzismo, lo sfruttamento, l’esclusione dei poveri, come possono essere considerati problemi a sé stanti? Necessario diventa allora opporsi praticamente al militarismo dalle molte facce che regna su tutti questi aspetti perché non accada che campi, pogrom, repressione, eserciti siano il nostro presente, né il nostro futuro, né qui, né altrove.
Se i centri di internamento per immigrati clandestini, dove si viene rinchiusi fino a sei mesi per non avere i documenti in regola, stanno diventando l’esempio più chiaro di cosa rappresenta questa violenta politica securitaria, allora che da esempio siano anche la rabbia e la proteste che in queste settimane in essi si stanno moltiplicando.
Disertori del controllo sociale

DOMENICA 29 MARZO 2009
PIAZZA DANTE ALIGHIERI, GALATINA (LE)
DALLE 10.00 ALLE 13.00

PRESIDIO, PROIEZIONI, MOSTRA CONTRO GUERRA, “SICUREZZA”, MILITARISMO...

BARI - Presidio in solidarietà ai migranti rinchiusi nel CIE

RINCHIUDERE, NASCONDERE, ZITTIRE
SUI LAGER PER MIGRANTI E LE MOLTE FACCE DELLA REPRESSIONE

A partire dal rogo di Lampedusa, un’ondata di lotte ha investito i centri di detenzione per stranieri (CIE) di Torino, Milano, Bologna, Gradisca d’Isonzo, Bari. Varie sono state le forme di protesta, accomunate dalla richiesta di libertà.

Nel CIE di Bari S. Paolo dal 5 marzo è in corso uno sciopero della fame che molti portano ancora avanti, e tre internati sono arrivati a cucirsi le labbra.

Sabato 14 marzo una quindicina di solidali verso i migranti in lotta si presentano nella via dello shopping barese e impugnando volantini e megafono cercano di scalfire il tran tran del passeggio. Parlano dello sciopero della fame di chi, recluso, a volte non ha altro che l’autolesionismo come estremo gesto di protesta. Ma ricordano anche, con complice gioia, le tante evasioni riuscite da quando i CIE sono in funzione, a dispetto di chi li ha progettati e voluti per segregare – e poi con un abile inversione linguistica ha cercato di farli passare per «centri di accoglienza».

Ribadiscono, i manifestanti, che non sono disposti a tollerare un sistema sociale che rinchiude e segrega quegli individui dichiarati indesiderati perché, non possedendo nulla, sono fuori-posto nel mondo delle merci, ed anzi vengono trasformati in spettro da agitare al «pubblico» per distogliere l’attenzione dai veri responsabili del disastro sociale che tutti ci minaccia.

Ma scendere in strada ad esprimere delle idee – certe idee – è atto intollerabile per i custodi del potere, tanto più ora che le città rischiano sempre più di diventare luoghi anestetizzati da cui, chi pretende di dirigere la nostra vita, vorrebbe allontanare definitivamente ogni voce critica; per lasciare posto solo a centri commerciali e banche, chiese ed uffici, ad una folla di disciplinati lavoratori e beati consumatori di merci equamente inutili.

Infatti quel sabato ci pensano i Vigili urbani a ristabilire l’ordine violato e, alla fine di un parapiglia, cinque manifestanti vengono portati in caserma per essere identificati, di cui tre sono arrestati. Dopo quattro giorni di carcere, vengono processati per direttissima e condannati a dieci mesi ciascuno per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale, quindi rilasciati con sospensione della pena.

Come si vede, ad essere messi al bando non sono solo gli stranieri poveri, ma ogni atteggiamento umano non omologato. Come d’altronde comune è la condizione di sfruttamento e precarietà che tutti ci coinvolge, italiani e stranieri. E allora comune può essere anche la lotta contro i reali responsabili – speculatori, industriali, banchieri, politici e amministratori – dell’immiserimento della vita nella sua totalità.

SABATO 21 MARZO 2009
ore 17.00 – 21.00
BARI – VIA SPARANO ANGOLO VIA PUTIGNANI

PRESIDIO IN SOLIDARIETA’ AI MIGRANTI RINCHIUSI NEL C.I.E.
di Bari - San Paolo (EX CPT) E NEL C.A.R.A. di Bari-Palese E AGLI ARRESTATI DEL 14/03

MOSTRA INFORMATIVA SUI CENTRI DI DETENZIONE PER STRANIERI IN ITALIA

Lotte e repressione in Francia /4

Lettera aperta ad alcuni anarchici italiani

Abbiamo appena finito di leggere la lettera che ci avete indirizzato, a noi come a tutti i compagni francesi. L’abbiamo letta con piacere, ritrovandovi molte considerazioni in cui ci riconosciamo. L’abbiamo letta con attenzione, giacché essa proviene da chi, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la repressione assai prima e più di noi. Ma, a dirla tutta, ci ha lasciato l’amaro in bocca e provocato un certo fastidio.

Ci viene infatti da chiedervi: a chi state parlando? Di cosa state parlando? Siccome la vostra lettera è rivolta ai compagni francesi e formula precise critiche alla deriva “innocentista” che ha preso la mobilitazione in favore degli arrestati di Tarnac, non vorremmo che in Italia si pensasse che “i compagni francesi” sono tutti dediti a raccogliere firme, in compagnia di bolsi intellettuali di sinistra, da consegnare alle autorità competenti come attestato di buona condotta.

Se è vero che alcuni compagni hanno deciso di trasformare quella che, a nostro e vostro avviso, dovrebbe essere una lotta contro la repressione in una lotta in difesa di alcuni repressi, è altresì vero che si tratta di una loro scelta che non è affatto condivisa dall’intero movimento francese.

Sfortunatamente la repressione in Francia non è iniziata lo scorso 11 novembre, avendo già colpito in precedenza altri compagni. Fortunatamente i sabotaggi sono proseguiti anche dopo quella data, inarrestabili. Tarnac non è il centro della Francia, né per lo Stato né tanto meno per l’insurrezione. È solo un episodio, che rischia di assumere connotati sempre più patetici. Come giustamente fate osservare, sono le “cattive intenzioni” il vero obiettivo della repressione, la quale, non riuscendo a prevenire gli attacchi, cerca di fermare il diffondersi di discorsi che rivendicano pubblicamente la necessità e la possibilità di una insurrezione (discorsi che alimentano e sono alimentati dall’azione, in un continuo gioco di vasi comunicanti).

Ciò che è grave, con gli arresti di Tarnac, non è tanto il comportamento dello Stato che, per le ragioni da voi chiaramente espresse, colpisce le nostre fila. In fondo, giudici e poliziotti non fanno che il loro sporco mestiere. Ciò che è grave è che, a fronte di ciò, si rinneghino pubblicamente quelle “cattive intenzioni” e quei discorsi, che li si banalizzi facendoli passare per la semplice “passione storica” di un “droghiere”. Oppure che si accetti fino in fondo di ricoprire il ruolo di “bravi ragazzi” (dall’illustre blasone e con adeguate referenze, nonché disponibili al dialogo con giornalisti e politici, quindi fuori posto in una cella) da non confondere con le “cattive canaglie” (senza santi in paradiso, muti di fronte ai loro nemici, quindi meritevoli di marcire in galera). Questo, siatene certi, è per noi molto più doloroso della momentanea separazione fisica da alcuni compagni.

Essendo molti gli anarchici italiani noti per la loro intransigenza, ci ha stupito e anche un po’ colpito la premura e la cautela con cui ci rivolgete le vostre osservazioni (le Alpi sono davvero così alte, se vi limitate a biasimare in Francia ciò che disprezzereste in Italia?). Arrivate perfino a metterci benevolmente in guardia contro gli “errori”. Quali errori? Siamo desolati, ma temiamo che stiate fraintendendo: non è stato commesso nessun errore nella mobilitazione in favore degli arrestati di Tarnac. Si è trattata di una precisa scelta di campo.

Da questo punto di vista, il vostro invito a “saper leggere” la repressione accompagnato dalla citazione di Victor Serge è un autentico lapsus. È proprio perché hanno letto bene Victor Serge (quello che, imputato nel processo contro gli illegalisti noti come Banda Bonnot, si difendeva definendosi un intellettuale che nulla aveva a che spartire con volgari criminali) che alcuni compagni francesi hanno imboccato la strada della difesa ad personam. Non fanno che mettere in pratica la diffusa idea secondo cui bisogna organizzarsi a partire dalla situazione, che in ogni situazione si possono fare alleanze, che nella guerra contro lo Stato non bisogna avere scrupoli morali o impacci etici, ma solo strategie da applicare. Buono è ciò che fa uscire i compagni dalla galera, cattivo è ciò che li fa rimanere. Punto e basta.

Là dove l’etica coinvolge la totalità dell’esistenza umana, la politica agisce su alcuni suoi singoli frammenti. Per questo l’opportunismo ne è una costante, perché interviene a seconda delle circostanze. Quando queste sono favorevoli, si può ben essere coerenti. Ma quando sono sfavorevoli… Ecco perché esso si manifesta soprattutto nelle situazioni di crisi o di urgenza.

Il compagno che si incontra con un funzionario di Stato (ad esempio un ex ministro) spinto dall’emergenza di un procedimento giudiziario (bisogna uscire dal carcere) non è tanto diverso dal compagno che si incontra con un funzionario di Stato (ad esempio un sindaco) spinto dall’urgenza di una lotta sociale (bisogna fermare una nocività), ed entrambi sono eredi del compagno che diventa funzionario di Stato (ad esempio ministro della giustizia) spinto dall’emergenza della guerra (bisogna fare la rivoluzione). In tutti e tre i casi si fa il contrario di quel che si dice, avvalendosi di buone ragioni (e quanto pratiche! quanto concrete!) e delle migliori intenzioni. L’emergenza spezza il normale svolgimento degli avvenimenti, travolge ogni punto di riferimento, sospende l’etica e spalanca la via ai contorsionismi della politica.

Tutto ciò è ovvio, è quasi banale, ma solo per chi pensa che idee e valori non siano parte integrante dell’essere umano, ma gli siano esterni, come puri strumenti da usare a seconda dell’occasione. Se invece si ritiene che le circostanze cui pone di fronte la realtà possono anche essere diverse e contraddittorie, ma unici sono i propri pensieri, i propri sogni, i propri desideri, allora è difficile negare che è giustamente nei momenti di crisi o di urgenza che bisogna cercare di rimanere se stessi. Una partita sempre aperta, piena d’imprevisti ed ostacoli, in cui è purtroppo facile inciampare e cadere. E allora, che si fa? Ci si rialza, cercando di imparare dai passi falsi, o si inizia a strisciare vantandosi della propria abilità tattica?

Dopo tutto, l’insurrezione è in sé una situazione eccezionale. Non ha senso atteggiarsi a cavalieri dell’Idea fuori dai momenti di rottura, per poi scoprirsi all’improvviso piazzisti della Convenienza non appena questi si verificano. Sarebbe come proclamarsi ai ferri corti con l’esistente per poi sfoderare un uncinetto con cui ricamare rapporti con i suoi sostenitori e i suoi falsi critici. Insomma, o si pensa che fini e mezzi siano un tutt’uno (interpretazione etica della lotta), oppure si pensa che fini e mezzi siano separati tra loro (interpretazione politica della lotta). Le vie di mezzo, come quelle che propongono dei mezzi senza fini, lasciamole alle fumisterie filosofiche.

Ciascuno è ovviamente libero di scegliere la maniera che più preferisce per cavarsi dai guai (senza pretendere per questo un rispetto dovuto, né un’amicizia immutata). Ciò detto, pensiamo sia quanto mai necessario arginare questo opportunismo politico dichiarato — presente in Francia, ma siamo certi anche in Italia e nel resto del mondo. Esso sarà magari in grado di spalancare più velocemente le porte delle prigioni o di calamitare l’attenzione di tante brave persone, ma ci restituirà solo l’ombra dei compagni che abbiamo potuto apprezzare. Contro questo opportunismo, è meglio la furia iconoclasta di un Renzo Novatore degli astuti consigli dell’anarchico individualista ravveduto Victor Serge.

Creature della palude
Marzo 2009

Lotte e repressione in Francia /3

Lettera aperta ai compagni francesi
A proposito degli arresti di Tarnac e dintorni

Sappiamo quanto sia doloroso essere separati dai propri compagni, e non abbiamo ricette né lezioni da impartire sul modo per farli uscire al più presto dal carcere (farli uscire tutti, a prescindere da qualsiasi distinzione tra “innocenti” e “colpevoli”). Le brevi note che seguono raccolgono alcune riflessioni nate a partire da varie esperienze repressive vissute in Italia, nella speranza che possano essere utili ai compagni francesi.

Gli arresti di Tarnac rappresentano un fatto grave non solo in quanto attacco rivolto a tutti coloro che già si battono, nella critica e nella pratica, contro lo Stato e il capitale, ma anche nel loro intento intimidatorio nei confronti di tutti i potenziali complici di una guerra sociale più diffusa.
La repressione, infatti, mira a colpire, più che i singoli atti, le "cattive intenzioni", svolgendo così un fondamentale ruolo pedagogico vòlto a depotenziare l'attitudine alla rivolta di tutti e di ciascuno. L'invenzione di "cellule terroristiche" o di "mouvances” di una qualche identità serve a isolare ogni ipotesi insurrezionale da tutte le pratiche di conflittualità esistenti, separando contemporaneamente ogni rivoltoso da se stesso e dalla proprie potenzialità.
La pedagogia della repressione è sempre una pedagogia della paura.

Il tentativo di trasformare scontri di piazza, azioni anonime di sabotaggio, scritti teorici, rapporti di solidarietà in un’“associazione terroristica” con tanto di cellule, capi e gregari è, purtroppo, un film già visto numerose volte in Italia. Il problema dello Stato è evidente: per cercare di liquidare determinate pratiche sovversive e i “movimenti” che le sostengono apertamente, non bastano accuse di reati specifici. Si tratta allora di inventare “reati associativi” per potere distribuire anni e anni di carcere senza quell’arcaica formalità che si chiamava prova. Molti di noi hanno in tal modo subìto processi, anni di detenzione preventiva e talvolta anche qualche pesante condanna. Pur non riuscendo spesso a sostenere fino in fondo le proprie inchieste, lo Stato si pone allo stesso tempo alcuni obiettivi paralleli: spezzare rapporti, interrompere il filo dell’attività sovversiva, testare la capacità di risposta dei compagni, ecc.

In Francia, azioni di sabotaggio e scontri con la polizia non datano certo dall’altro ieri. Ciò che ha spaventato lo Stato negli ultimi anni, a nostro avviso, è stato l’emergere di una possibile complicità – nelle parole e nei fatti – tra differenti forme di rivolta sociale, nonché l'affinarsi e il diffondersi di discorsi che rivendicano pubblicamente le pratiche di un’insurrezione possibile. Beninteso: lo Stato non teme tanto il discorso rivoluzionario, finché si limita a gioire della propria astratta libertà di parola, né in fin dei conti il singolo attacco: ciò che teme è l'imprevedibilità dell'attacco diffuso e il rafforzamento reciproco delle parole e dei gesti. Ciò che è stato per tanto tempo una posizione di ben pochi individui, comincia ad assomigliare ad una “palude” (per riprendere l’efficace espressioni usata, una dozzina di anni fa, dal nucleo “antiterrorismo” dei carabinieri italiani), difficilmente identificabile e governabile. Lo Stato vuole prosciugare quella palude perché ne escano capi, “organizzazioni”, pretesi “movimenti” con tanto di sigla, portavoce, ecc.

Se è sempre valido il consiglio che Victor Serge dava ai rivoluzionari in ostaggio del nemico – “negate tutto, anche l’evidenza” –, è necessario saper leggere la repressione al fine di rilanciare e rafforzare la nostra prospettiva. Sappiamo tutti che il nemico storico di ogni lotta insurrezionale è sempre stata la sinistra (e la sua sinistra): partiti e sindacati, recuperatori, mediatori, intellettuali consiglieri dei moderni Principi, alleati scaltri della repressione, abili nel dividere in “buoni” e “cattivi”. In particolari circostanze, costoro possono persino arrivare a difendere di fronte ad una “Giustizia ingiusta” quegli stessi compagni che li hanno sempre attaccati. Permettere che queste carogne riacquistino una qualche forza a partire dai nostri arresti è un errore non privo di conseguenze.
Che ad opporsi alle porcherie dell’“antiterrorismo” non siano solo i compagni, ma un ambito più allargato, ha degli aspetti positivi (ed è indice della constatazione spaventata che il terrore di Stato ci schiaccia ogni giorno di più). Ma la nostra prospettiva avanza solo nella chiarezza con gli altri sfruttati e ribelli, vale a dire nella ferma inimicizia verso la sinistra e i suoi mass media. Per dirla diversamente, anche il modo di reagire alla repressione fa parte di quella guerra sociale che non ammette tregue. Non assumendo e difendendo determinate posizioni, si cede terreno al nemico. La solidarietà democratica e lo spazio sui quotidiani non si danno mai gratis: oggi, servono alla sinistra non solo per riabilitarsi agli occhi di tutti coloro che sono ai ferri corti con l'esistente (“Vedete? in fin dei conti siamo d'accordo...”), ma anche per neutralizzare ogni posizione di rottura radicale col presente (si possono anche perdonare certi eccessi giovanili...).

La risposta che molti compagni hanno dato in Italia, di fronte ad inchieste simili (o ancora più pesanti), è stata molto semplice: “Noi non sappiamo chi ha fatto le cose di cui ci accusate, signori; ciò che sappiamo è che le difendiamo apertamente, e che le vostre inchieste non spegneranno i fuochi di quella rivolta sociale che non ha aspettato i nostri testi per divampare”. Una simile risposta – unita alle pratiche che ne conseguono – ci ha permesso di uscire dal carcere riprendendo il filo della nostra attività. Una simile risposta non troverà certo alleati tra i mass media e gli intellettuali democratici – soprattutto, non gli permetterà di parlare a nome nostro.
Alcune parole chiare trovano sempre delle orecchie pronte ad ascoltarle. Prigioniere, le parole forzano talvolta le catene, emergendo dalle parti più misteriose e comuni dell’esperienza e del cuore.
La forza che deriva dall'inserirsi nel loro gioco e nel loro discorso, con la pretesa di sfruttarlo o di détournarlo ai propri fini, è illusoria. Con il nostro nemico non abbiamo in comune nemmeno il senso delle parole – né di felicità, né di tempo, né di possibilità, né di fallimento o di riuscita.

Ci sono posizioni di rottura che si sono rivelate utili anche sul piano giudiziario, così come ci sono compagni che hanno rimediato un anno di carcere per qualche scritta sul muro: non esiste in questo ambito alcuna scienza esatta. La tensione verso la coerenza tra mezzi e fini pone il problema dell’efficacia in altri termini, cioè rispetto alla vita per cui ci battiamo. “Se sono innocenti – diceva Renzo Novatore – hanno la nostra solidarietà, se sono colpevoli ce l’hanno ancora di più”. I compagni solidali hanno trovato spesso in queste parole il terreno più favorevole per agire, per continuare là dove alcuni sono stati provvisoriamente fermati, e per scoprire nuovi complici…

Una certezza ce l’abbiamo: l’insurrezione che viene non legge Libé.

alcuni anarchici italiani
febbraio 2009

Lotte e repressione in Francia /2

Nessun armistizio per l'11 novembre

«Non bisogna dimenticare che una questione di vita o di morte si pone per essi: se non fermassero le macchine andrebbero incontro alla sconfitta, allo scacco delle loro speranze; sabotandole hanno delle grandi possibilità di successo, ma, per contro, incorrono nella riprovazione borghese e sono oppressi da epiteti oltraggiosi. Dati gli interessi in gioco è comprensibile che essi affrontino questo anatema a cuor leggero e che il timore di essere vituperati dai capitalisti e dai loro servi non li faccia rinunciare alle probabilità di vittoria che riserva una ingegnosa ed audace iniziativa».
Emile Pouget, Sabotaggio, 1911

Tutti o quasi conoscono ormai la vicenda. L'8 novembre alcuni ganci di metallo ben piazzati sradicano i cavi elettrici della ferrovia in quattro punti diversi, provocando un casino sulla rete e fermando 160 TGV. L'11 novembre, in diverse città, un blitz della polizia altamente mediatico arresta dieci presunti colpevoli. Al termine di 96 ore di interrogatorio, nove saranno incriminati per «associazione di malfattori con finalità di terrorismo» e cinque incarcerati, tre dei quali sulla base di un «concorso in danneggiamento». A partire dal 2 dicembre, solo due resteranno in prigione, fra cui colui che è accusato di essere il "capo" della suddetta «associazione».
La presenza dei giornalisti la mattina stessa delle perquisizioni, poi il fango e le calunnie indirizzati contro gli "anarco-autonomi" nei giorni seguenti dai mass-media, dimostrano ancora una volta come costoro siano parte integrante del dispositivo anti-"terrorista". Avidi di spettacolarità, giocando sulla personalizzazione e rovistando nella spazzatura, efficienti amplificatori dell'operazione condotta dal ministro degli Interni, l'esperienza delle lotte passate non è certo stata smentita: questi avvoltoi sono nemici al servizio del potere. Pur essendoci ancora qualche ingenuo o imbecille che pensa che i media possano avere qualche influenza su una "opinione pubblica" per definizione immaginaria e quindi plasmabile a piacere, non ci si finisce di stupire per il ragionamento contorto secondo cui è solo collaborando con il nemico che lo si può colpire.
Nella fase attuale della menzogna istituzionale, stiamo assistendo alla progressiva costruzione della figura dei "buoni" e dei "cattivi" terroristi. Gli uni, droghieri servizievoli, adepti di comunità campagnole e bravi studenti, fanno da contro-altare agli altri, tutti gli altri, quelli che non hanno il profilo adeguato o che, più in generale, rifiutano di mostrare le carte in regola quando il potere intima loro di farlo. Lontani dal significativo riciclaggio a suon di politici eletti, di interviste e di chiacchiere sull'esistenza o meno di "prove", diversi compagni marciscono in prigione ormai da molti mesi, accusati anch'essi di appartenere all' "area anarco-autonoma" e (in base alle tracce del DNA) dell'incendio di un veicolo della polizia. Altri, alcuni clandestini, sono stati incarcerati perché accusati dell'incendio del centro di detenzione per immigrati di Vincennes, sulla base di alcuni video. Altri ancora, da Villiers-le-Bel a quegli "innocenti" colpevoli di tentare di sopravvivere al di fuori del lavoro salariato, sono colpiti quotidianamente dall'accusa di «associazione di malfattori».
A priori, gli uni non si contrappongono agli altri.
A meno di fare proprie le categorie del potere, il solo a qualificare ciò che è "terrorista" e ciò che non lo è; a meno di confermare la distinzione fra prigionieri "politici" e "sociali"; a meno di dimenticare volontariamente — a partire dal nome dato alla maggior parte dei comitati di sostegno («ai 9 di Tarnac») — che altri sono caduti prima e altri ancora forse seguiranno; a meno di essere pronti a sacrificare, nel nome della "innocenza" degli uni (benché il "fascio di prove" e "l'intima convinzione" del magistrato siano concetti giudiziari, ci piaccia o no), tutti i "colpevoli" che quotidianamente vengono beccati.
A meno inoltre di trarre qualche vantaggio aiutando il potere a tracciare di fatto una linea fra i "buoni" e i "cattivi": fra quelli che si recano di buon grado alla sede di un giornale per raccontarvi la loro vita e talvolta quella degli altri e quelli che tacciono di fronte ai microfoni, fra quelli che fanno comunella con gli intellettuali di professione stipendiati dallo Stato e quelli che intendono spezzare ogni specializzazione, fra quelli che nelle riunioni scambiano le loro opinioni con dei politici eletti e quelli che attaccano le sedi dei partiti; per farla breve, fra quelli che dialogano con il potere e quelli che sono definitivamente irrecuperabili, pazzi che si ostinano ad attaccare il potere invece di riprodurlo (con le sue categorie, i suoi ruoli e le sue gerarchie) — una riproduzione che finisce per forza di cose col rafforzarlo.
Ma torniamo ai fatti. Essere contro la democrazia in favore di una libera auto-organizzazione fra individui e contro ogni sistema rappresentativo, significa forse essere "terroristi"? Difendere il sabotaggio allo stesso titolo di altri strumenti di lotta, senza gerarchia alcuna, significa essere "terroristi"? Battersi senza mediazioni per la distruzione totale dello Stato e del Capitale, insomma essere anarchici un po' più conseguenti, significa essere "terroristi"? Avere cattive intenzioni, sostenerle e scriverle, significa essere "terroristi"? Trovare nel corso delle lotte complici con cui riscoprire affinità costituisce di per sé una "associazione di malfattori"? In tal caso sì, tre volte sì, rivendichiamo a voce alta la nostra passione per la libertà, con tutte le conseguenze che implica. La stessa passione che anima tanti sconosciuti che, lontani dalle sirene mediatiche, lottano quotidianamente contro il dominio.
In questo mondo basato sullo sfruttamento, la devastazione dell'ambiente, la guerra e la miseria, non è certo considerato criminale restare inerti nell'attesa che tutto crolli o, in modo ancor più cinico, fare la conta dei punti sperando di cavarsela ognuno per sé, atomizzati nella propria piccola gabbia. Giacché la democrazia, questo modo di gestione più o meno autoritaria del capitalismo, non è il meno peggiore dei sistemi. Fino ad ora la democrazia ha dato soprattutto prova del proprio fallimento: il mondo che domina resta un mondo di sottomissione e di privazione. È un sistema che dà l'illusione di poter partecipare alla gestione del disastro, cioè del proprio annientamento, fomentando e mascherando la divisione della società in classi, le cui contraddizioni verrebbero assorbite dalla concertazione permanente.
Allo stesso modo, lo Stato non è quello strumento neutro che regola i difetti del mercato. È uno dei suoi alleati, come dimostra ancora una volta in questi tempi di "crisi finanziaria" l'iniezione massiccia di denaro per salvare banche e imprese, mentre le condizioni di sfruttamento si inaspriscono e arrivare a fine mese diventa sempre più difficile. Sì, noi vogliamo abbattere lo Stato e non conquistarlo, perché proprio come le sue prigioni, i suoi sbirri e i suoi tribunali che ne sono il riflesso, è uno dei pilastri di questo mondo mortifero.
Quanto al capitalismo, se è prima di tutto un rapporto sociale senza cuore né centro, spetta a ciascuno combatterlo in ognuno dei suoi aspetti quotidiani. Nell'economia detta "globalizzata", basata su una circolazione permanente, i flussi di merci (umane e non) hanno acquisito una importanza fondamentale. È quindi del tutto naturale che il blocco abbia fatto la sua ricomparsa un po' dappertutto in seno alle lotte di questi ultimi anni, se non per sferrare dei duri colpi, almeno per porre le basi necessarie alla costruzione di un rapporto di forza (dal CPE agli scioperi dei ferrovieri passando per i guardiani delle chiuse del febbraio 2008 in Francia, ma anche nelle ferrovie in Germania nel 2007 o nella Val Susa in Italia nel 2005).
Questa critica anti-capitalista basata sull'azione diretta e giudicata inutile, superata o criminale dagli intellettuali servili, tanti sfruttati l'hanno sperimentata nello loro lotte perché sperimentano il capitalismo direttamente sulla propria pelle. Il blocco dei TGV (attraverso il danneggiamento delle linee catenarie o l'incendio dei cavi come nel novembre 2007) — questa macchina devastatrice destinata ad accelerare ancor più la circolazione dei flussi di merci — non è accaduto a caso, ma è anche il frutto dell'esperienza comune delle recenti lotte sociali. Senza contare che il sabotaggio resta una pratica diffusa che trova la sua ragione d'essere da sempre nel cuore stesso dello sfruttamento, sia che avvenga per rubare tempo al padrone o per causare danni a ciò che opprime ogni giorno di più.
Quel che teme il potere non sono le sagge manifestazioni inquadrate dai sindacati durante le grandi giornate di inazione, ma la propagazione di atti diffusi e anonimi che si inscrivono nella guerra sociale permanente, oltre ogni separazione. Allora, nel momento stesso in cui la pressione aumenta ovunque contro i dissidenti della democrazia mercantile, rinnegare il proprio passato, le proprie idee o semplicemente il proprio antagonismo sembra essere l'ultima àncora di salvezza proposta dal potere. Rifiutare questo ricatto permanente diventa quindi, al di là della preoccupazione di non nuocere a nessuno, anche una questione di integrità, una delle poche cose che lo Stato non può sottrarci.
Chiunque siano gli autori dei sabotaggi dello scorso novembre, noi affermiamo quindi la nostra solidarietà con l'atto che hanno commesso. Allo stesso modo, di fronte alla repressione che pretende di aver smantellato una "cellula invisibile", non ci sta a cuore un mero sostegno, per forza di cose esterno e relativo a ciò che essi sono o si presume siano, bensì una solidarietà contro lo Stato e tutti i suoi scagnozzi. Una solidarietà che, come la rivolta, non può essere esclusiva ma si rivolge a tutti coloro che lottano sul cammino verso la libertà. Se gli innocenti meritano la nostra solidarietà, i colpevoli la meritano ancor di più!

Anarchici malgrado tutto

da Cette Semaine n. 97, dicembre 2008

Lotte e repressione in Francia /1

Sulla cattiva strada

Dal gennaio 2008 il governo francese ha dichiarato guerra ai cosiddetti “anarco-autonomi”, ovvero una non meglio chiarita – fin dal nome attribuito – “associazione di malfattori” dedita al compimento di azioni “terroristiche”. Dall’inizio dell’ondata repressiva fino all’estate diversi compagni sono stati tratti in arresto ed accusati di svariati reati: dalla “detenzione e porto di materiale esplodente” al “tentato incendio” di un mezzo della polizia del Commissariato di una circoscrizione popolare di Parigi, dalle manifestazioni contro i Centri di Detenzione per stranieri al possesso di una mappa originale di un carcere minorile in costruzione. Allo stato attuale due compagni – Juan e Damien – sono ancora in carcere, altri tre – Ivan, Farid e Isa – sono sottoposti a controllo giudiziario e un altro, Bruno, è latitante, essendosi sottratto allo stesso tipo di controllo.

L’otto novembre scorso viene attuato un sabotaggio sulle linee ferroviarie ad alta velocità: il trancio di alcuni cavi blocca 160 treni e crea un notevole caos su tutta la rete francese. Tre giorni dopo scatta una vasta operazione tesa ad arrestare i presunti colpevoli, sempre facenti parte – a detta del Ministero dell’Interno francese – della “associazione” di “anarco-autonomi”. Vengono fermati in dieci, di cui nove saranno formalmente incriminati e cinque di loro – compreso il presunto “capo” – finiranno in prigione. Avrà inizio da quel momento una squallida differenziazione tra buoni e cattivi, tra innocenti e colpevoli, tra meritevoli di solidarietà e non.

Mentre i primi arrestati si rifiutano di parlare, lasciare le impronte digitali e farsi prelevare il DNA, gli arrestati di novembre, i cosiddetti “nove di Tarnac” – a cui esclusivamente è rivolto il sostegno di gran parte dei comitati sorti nel frattempo – si autorappresentano, o accettano che ciò avvenga, come dei bravi ragazzi tutti zappa e pensiero, filosofi, gente di cultura, contadini e commercianti che avevano riaperto la drogheria del paese in cui avevano scelto di andare a vivere in modo comunitario – Tarnac appunto. A prenderne apertamente le difese non sono solo gli abitanti del paese, gli amici e i parenti, ma anche illustri rappresentanti del mondo accademico ed esponenti della cultura istituzionale, francesi e non solo; anche chi non volesse catalogare costoro come nemici dovrebbe quantomeno riflettere sul ruolo, di puntello del dominio, che occupano nella società e comprendere che sono al soldo di quel nemico che si pretende combattere: lo Stato.

Come se non bastasse, gran parte dei “nove di Tarnac” fanno passerella sui media, rilasciano interviste, parlano di sé con politicanti; la strada che loro hanno scelto di percorrere nella critica all’esistente è una buona strada. Non abbiamo motivo di dubitarne. Per contro, naturalmente, appare chiaro, anche agli occhi della repressione, che siano gli altri a percorrere una cattiva strada. È soprattutto a questi “altri” che esprimiamo la nostra più sentita vicinanza e rivolgiamo tutta la nostra solidarietà. A questi ribelli che non possiamo non sentire come compagni, perché su quella cattiva strada ci siamo anche noi, ed anche se percorrendola non ci è ancora mai capitato di incontrarci, sappiamo di andare nella stessa direzione. Come pure verso la stessa meta.
Anarchici salentini

VENERDÌ 27 FEBBRAIO, ORE 21
Cena sociale benefit per i compagni sotto attacco della repressione in Francia.
SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE CON CHI LOTTA!

CIRCOLO ANARCHICO - VIA MASSAGLIA, 62/B - LECCE

Una squadraccia nel minorile di Lecce

È raro che un agente di un qualsiasi corpo di sicurezza statale venga processato perché ci ha messo troppo zelo nello svolgere le sue funzioni. D’altro canto, i magistrati che dovrebbero giudicarlo svolgono le sue stesse funzioni di guardiani degli interessi della classe al potere.
A meno che non si tratti di “eccessi” di tali dimensioni da non poter essere nascosti o minimizzati.
Pare sia questo il caso che vede coinvolti nove agenti penitenziari del carcere minorile di Lecce, comandante in testa, che saranno processati per concorso in maltrattamenti e abuso di autorità contro i detenuti minori.

Per di più, le accuse sarebbero venute fuori da altri che nello stesso minorile di Lecce vi lavorano: un medico, un’educatrice ed una guardia, “vittime” anch’essi delle minacce della squadraccia di cui non condividevano i metodi non propriamente rieducativi. Quindi, come poter fare finta di niente?

E a riprova che ogni istituzione per forza di cose tutela se stessa, nel settembre del 2007, in seguito all’avvio delle indagini, il Dipartimento di giustizia minorile ha deciso di chiudere la sede leccese con la motivazione ufficiale di «inadeguamento strutturale». Qualche giro di parola per confondere la realtà.

Le cronache parlano di ragazzi denudati e picchiati selvaggiamente in cella; colpiti al naso, agli stinchi; di denti e timpani rotti; di un cuscino premuto, per non far sentire le grida di dolore, in faccia a un ragazzo percosso; di un altro giovane lasciato nudo per tutta la notte in camera di sicurezza con una branda priva di materasso. Di urla nelle orecchie per dissuadere i malcapitati dallo sporgere denuncia; di estorsioni di false dichiarazioni di autolesionismo per coprire le responsabilità delle lesioni; di immediati trasferimenti delle vittime per evitare ogni verifica sulle violenze. Di sgambetti fatti ai ragazzi per farli cadere e «ridere della scena».

Cinque anni di terrore (quelli appurati) fatti di spedizioni punitive contro i reclusi, soprattutto stranieri, e di intimidazioni contro quella parte del personale penitenziario non allineata a quella condotta di violenza così esplicita.

Qualcuno troverà consolatorio pensare ad un gruppo di mele marce che la magistratura saprà estirpare da un corpo comunque sano. La realtà ci parla invece di quanto ogni misera divisa sappia tirare fuori da ogni triste figuro il peggio di se’. Soprattutto se questi sa di poter agire impunito, protetto da quella autorità che la divisa stessa, e l’istituzione a cui appartiene, gli
conferiscono.

06/02/09

UN’EPOCA FURIOSAMENTE FUTURISTA CELEBRA SE STESSA

“L’avvenire, nella sua totalità, è menzogna”.
Iosif Brodskij

Si può dire che il Novecento è stato un secolo furiosamente futurista.
Non solo esso ha realizzato compiutamente – con due carneficine mondiali, i campi di concentramento e di sterminio, Hiroshima e Nagasaki – l’invocazione della guerra, la marinettiana “igiene del mondo” contenuta nel primo Manifesto del Futurismo. Ma ha pregato in ginocchio davanti all’altare del Progresso e della sua formidabile velocità. Che cosa quel progresso abbia provocato ce lo dicono oggi con generosità sia l’ambiente che ci circonda sia lo spirito dei nostri contemporanei.

In questi giorni – con la mostra al Mart e l’apertura della casa-museo di Depero – si celebra l’avanguardia futurista ad un secolo dalla sua fondazione.
A parte l’evidente paradosso di storicizzare e museificare un’avanguardia che ripudiava la storia e i musei in nome del glorioso, veloce, industriale futuro, si può dire che l’epoca presente ha perfettamente ragione nell’elogiare il Futurismo, dal momento che quest’ultimo ne ha elogiato in anticipo e dal vivo gli stantuffi, i cilindri, le grandi fabbriche, le turbine, gli aerei, le bombe, nonché (con rare eccezioni) l’olio di ricino e le camicie nere.

Per confermare la fama di guastafeste di cui godiamo, ricorderemo qui che Fortunato Depero fu un artista ben integrato nel regime fascista, fin dopo le leggi razziali del 1938, interprete geniale delle nozze tra propaganda e pubblicità.
Sappiamo che non tutto il Futurismo fu reazionario (basta pensare a Carlo Carrà, che illustrava alcuni periodici anarchici milanesi), ma possiamo dire ora che il viatico futurista ai motori del Progresso si è realizzato contro di noi. Non si tratta – lo si sarà capito – di lezioni di storia dell’arte.

A Rovereto, dove si festeggi un secolo di Futurismo, si vorrebbe far passare un treno (il TAV) che devasterebbe il territorio in cui viviamo. Si progettano inoltre nuovi centri di ricerca high tech (all’ex Manifattura tabacchi) e l’industriale Mario Marangoni delira di un reattore nucleare da realizzare all’ex Montecatini.

Futurismo? Oggi la piovra industriale e tecnologica non ha bisogno di artisti che ne celebrino i fasti. L’ideologia del progresso si è già incorporata negli oggetti, nell’ambiente materiale in cui viviamo. È sufficiente che noi continuiamo a consumare (merci, mostre, spettacoli).
La critica di questo mondo putrefatto non si richiama più alla velocità e al futuro. Essa opera, come scrisse Baudelaire, “con furore e pazienza”.

anarchici
gennaio '09

Iniziative a Lecce

In occasione della settimana di sciopero della fame degli ergastolani nelle carceri pugliesi, terremo alcune iniziative solidali a Lecce.

SABATO 24 GENNAIO
PIAZZA S. ORONZO, LECCE
Dalle ore 17.00 presidio solidale contro tutte le reclusioni, banchetto libri, mostra informativa.

MARTEDÌ 27 GENNAIO
CIRCOLO ANARCHICO DI VIA MASSAGLIA 62-b, LECCE
Dalle 19.00 aperitivo e info.
Dalle 21.OO proiezione: "Filaki - Una rivolta nelle carceri greche, aprile 2007".

GIOVEDÌ 29 GENNAIO
Dalle 15.00 presidio solidale PRESSO IL CARCERE DI BORGO S. NICOLA, LECCE per un saluto ai prigionieri.

Novità delle Edizioni Anarchismo

Jacob Alexandre Marius - Bernard Thomas
Postfazione di Alfredo M. Bonanno
2a ediz. - pagine 230 - euro 10,50

Jacob ha svaligiato centinaia di case borghesi, ha ricavato una ricchezza enorme, e l’ha messa a disposizione del movimento anarchico internazionale. Rubare è indispensabile per un rivoluzionario, rubare ai ricchi. È indispensabile perché altrimenti non potrebbe trovare i mezzi per la propria attività rivoluzionaria diretta a sovvertire l’ordine esistente.

Questo non è un libro di avventure, anche se ciò può aver cercato Thomas. È un momento di riflessione, che vogliamo fare? Vogliamo lasciare nelle casseforti dei padroni i loro ninnoli dorati, le loro banconote da 500 euro, una sull’altra, i loro buoni del tesoro al portatore, o vogliamo portarceli via con qualsiasi mezzo? Jacob era un ladro, Bonnot era un rapinatore, che cambia? Lo scopo era il medesimo.

E' uscito il secondo numero di "SenzaTitolo - Rivista anarchica"

E disponibile il N. 2 - Inverno 2008 della rivista anarchica "SenzaTitolo".

-> Vai al sito delle Edizioni Anarchismo

Novità delle Edizioni Anarchismo

Il mutuo appoggio - Petr Kropotkin
Postfazione di Alfredo M. Bonanno
2a ediz. - pagine 236 - euro 9,00

Per attaccare il nemico non ho bisogno della collaborazione di una dottrina, né di un incitamento alla lotta in nome di un processo sotterraneo e invisibile. Se continuo a leggere in questo modo il libro di Kropotkin, è meglio chiuderlo subito e pensare ad altro.
E del mutuo appoggio di cui parla Kropotkin? Lo vedo solo quando ho cominciato il mio attacco. Ecco il punto. Malatesta e Kropotkin, a mio modo di vedere, si distanziano solo per una questione di tempi.

Che sia presente questa forza autorganizzativa è possibile, ma non può essere la molla del mio determinarmi all'azione, non può essere la mia verità. Mai come oggi questo principio è stato tanto chiaro, tanto palpabile in tutti i suoi risvolti. Quando i grandi movimenti di massa si affacciano alla ribalta della Storia è facile entusiasmarsi vedendo come questo immenso gigante sposti le montagne e riduca in briciole le forze del nemico. Ma in situazioni come quella di oggi è solo nel proprio cuore che bisogna guardare.

L'attacco immediato può risolversi in una insoddisfazione e in una frustrazione, non essendo in grado la vita di fornire uno scopo corrispondente alle decisioni imposte dalla volontà. L'esistenza di un metodo può certamente indirizzare queste forze verso una profonda modificazione del rapporto con la volontà, ma non può fare tutto da sola. Un metodo è uno strumento della parzialità, ed è esso stesso parziale.